Religione Dogon

RELIGIONE Dogon . I Dogon abitano le scogliere di Bandiagara, una zona situata nella regione sud-occidentale dell’ansa del fiume Niger nel Mali. Questa zona consiste in un vasto altopiano roccioso che termina nella sua parte meridionale in una scogliera lunga 124 miglia (200 chilometri) che domina una vasta pianura. Contando circa 225.000 persone, i Dogon sono coltivatori di miglio e di altri cereali e allevatori di piccolo bestiame; a causa della scarsità di fonti d’acqua permanenti sull’altopiano e sulle scogliere, hanno dovuto sfruttare tutte le risorse a loro disposizione. Giardini di cipolle e di pepe e piantagioni di grandi alberi (ficus, baobab) circondano i villaggi le cui case di argilla si conformano pittorescamente ai contorni frastagliati della roccia.

I Dogon sono ben noti nella letteratura etnografica. Dal 1931 sono stati oggetto di numerose pubblicazioni dell’etnologo francese Marcel Griaule (1898-1956) e di altri ricercatori che hanno seguito i suoi metodi. I Dogon sono forse più conosciuti per la loro arte, la cui forma consumata è la scultura in legno (maschere, statuette, lucchetti).

La religione tradizionale dei Dogon è complessa e comporta, tra l’altro, un ricco mito di origine, la credenza in un dio unico e un intricato culto degli antenati. Il cristianesimo ha avuto poco impatto sulla loro cultura, ma l’Islam, durante il tardo ventesimo secolo, ha fatto significative incursioni, senza però distruggere la vitalità delle credenze e delle pratiche religiose di lunga data.

Il mito della creazione

Il mito dell’origine Dogon fornisce sia una spiegazione del mondo che una giustificazione dell’organizzazione sociale Dogon. La creazione del mondo fu l’atto del dio Amma, il dio unico e immagine del padre che esisteva prima di tutte le cose. Egli ha tracciato il piano dell’universo utilizzando 266 segni (un numero corrispondente al periodo di gestazione degli esseri umani). Il disegno (l’atto preliminare della creazione) corrisponde al pensiero, che “concepisce” prima dell’azione o della parola. Dopo un primo tentativo fallito, dal quale salvò solo i quattro elementi (acqua, terra, fuoco e aria), Amma mise nell'”uovo del mondo”, o placenta originale, due coppie di gemelli androgini in forma di pesce (per i popoli sudanesi il pesce gatto Clarias senegalensis rappresenta il feto umano). La loro gestazione all’interno dell’uovo fu interrotta da un atto di ribellione: uno degli esseri maschili lasciò prematuramente la “madre” (la placenta), abbandonando sia “lei” che la sua controparte femminile, prefigurando così la nascita di esseri singoli anche se Amma aveva previsto nascite gemelle. L’essere solitario discese nello spazio e nelle tenebre primordiali, portando con sé un pezzo della placenta che divenne la Terra. Consapevole della sua solitudine, viaggiò nello spazio, tentò di risalire in cielo per ricongiungersi alla sua gemella, e la cercò anche nelle viscere della Terra, un atto incestuoso che portò al culmine il disordine che aveva già introdotto nel mondo lasciando la placenta. Il pezzo di placenta marcì e così la morte apparve sulla terra.

Amma mise fine agli atti disordinati dell’essere maschile trasformandolo in una volpe, un animale che occupa un posto molto importante nell’ideologia Dogon. Questa piccola creatura selvaggia, conosciuta più propriamente come Vulpes pallida, va in giro solo di notte e non beve mai l’acqua degli stagni vicini al villaggio – il che, per i Dogon, spiega perché la volpe fu scelta per simboleggiare questo nemico della luce, dell’acqua, della fertilità e della civiltà.

La mitica volpe Yurugu (conosciuta anche come Ogo) fu condannata a un’eterna ricerca del suo gemello perduto. Inoltre, perse la capacità di parlare quando Amma, a cui aveva rubato la parola, lo punì tagliandogli la lingua (in effetti, le volpi attuali emettono solo un breve grido, quasi tagliato); ma conservò ancora il potere di predire il futuro “parlando” con le sue zampe.

Incapace di riportare l’ordine totale nel suo universo, Amma cercò di mitigare il disordine lasciato libero dalla volpe; sacrificò Nommo, l’altro gemello maschio che era rimasto nell’uovo. Il corpo smembrato di Nommo purificò i quattro punti cardinali dell’universo, e il sangue che ne scaturì diede vita a vari corpi celesti, piante commestibili e animali.

Amma fece poi scoppiare la Digitaria exilis, un minuscolo grano in cui aveva “arrotolato” tutti gli elementi della creazione; questi elementi si svuotarono in un’arca di terra pura (i resti della placenta). In quell’arca Amma mise anche Nommo, che aveva già resuscitato, e gli altri suoi “figli”, le quattro coppie di gemelli eterosessuali che sono gli antenati della razza umana. Egli fece scendere l’arca dal cielo per mezzo di una catena di rame; l’arca si schiantò sulla terra di Yurugu al momento della prima pioggia, che formò la prima pozza d’acqua. Anche il sole sorse per la prima volta. Nommo andò a vivere nella pozza mentre gli otto antenati si stabilirono nel punto in cui erano sbarcati. Usando la terra pura della loro arca, questi antenati crearono il primo campo coltivato, e la coltivazione si diffuse poi in tutta la terra impura di Yurugu (la boscaglia).

Gli antenati inizialmente comunicavano per mezzo di grida e grugniti finché uno dei gemelli Nommo, il maestro dell’acqua, della vita, della parola e della fertilità, insegnò loro il linguaggio nello stesso momento in cui li istruì nell’arte della tessitura. Poi rivelò agli antenati altre tecniche fondamentali come l’agricoltura, il fabbro, la danza e la musica. La prima società umana fu così fondata; il matrimonio fu introdotto quando gli antenati si scambiarono le sorelle.

La discesa dell’arca è analoga alla nascita. Gli antenati dell’umanità che iniziarono la loro vita sulla terra possono essere visti come neonati che emergono dal grembo materno; l’arca è la placenta, e la sua catena è il cordone ombelicale; le piogge sono le acque del feto.

Culti e organizzazione sociale

I quattro antenati maschi fondarono i quattro maggiori culti religiosi, che sono anche i pilastri dell’organizzazione sociale; tra i Dogon, l’ordine sociale non può essere dissociato dalla religione. Il più anziano degli antenati, Amma Seru (“testimone di Amma”), è associato al dio creatore e all’aria (cielo). Il patriarca della famiglia estesa è il rappresentante di Amma Seru nella comunità umana. La sua residenza, conosciuta come la “grande casa”, è il punto focale del lignaggio paterno, ed è qui che si trova l’altare agli antenati. L’altare è composto da ciotole di ceramica (depositate lì ogni volta che muore un membro della famiglia) in cui il patriarca versa libagioni in onore degli antenati.

I lignaggi paterni si uniscono per formare un clan totemico; tutti i membri di un particolare clan devono rispettare lo stesso tabù, sia esso animale o vegetale. Il clan è guidato da un sacerdote la cui vocazione si rivela attraverso trance che lo incitano a cercare un oggetto nascosto dai dignitari del clan alla morte del sacerdote che gli succederà. Egli rimane soggetto a queste trance, che lo costringono a vagare per le campagne profetizzando; si dice che sia posseduto da Nommo. Come rappresentante dell’antenato Binu Seru (“testimone dei binu”), il sacerdote è responsabile del culto dei binu, gli antenati associati alle varie specie animali e vegetali. Secondo i custodi della conoscenza profonda, i binu sono anche simboli delle diverse parti del corpo smembrato di Nommo; l’insieme di questi binu rappresenta il corpo resuscitato nella sua totalità. Il culto stesso è associato all’acqua, e il suo rituale viene celebrato in santuari le cui facciate vengono periodicamente ridecorate con dipinti in sottile pasta di miglio; ogni trasformazione favorisce un evento specifico – l’arrivo delle piogge, la raccolta di vari raccolti.

Il culto di Lébé è dedicato all’antenato Lébé Seru (“testimone di Lébé”) che, morto, fu successivamente riportato in vita sotto forma di un grande serpente; questo antenato è associato alla Terra (il pianeta e il suolo, così come l’archetipo mitico Terra), e alla vegetazione che periodicamente muore e ritorna in vita. Il suo sacerdote è l’hogon, il più anziano della regione, la cui autorità aveva un tempo un impatto politico, poiché era lui che amministrava la giustizia e controllava i mercati. L’hogon e il sacerdote totemico celebrano insieme la festa della semina (bulu ) prima dell’arrivo delle piogge; essi distribuiscono agli abitanti del villaggio i semi di miglio che sono stati immagazzinati l’anno precedente. Si pensa che questi semi contengano l’essenza spirituale di questo cereale. Si dice che il mitico serpente Lébé visiti l’hogon ogni notte per leccare il suo corpo e così rivitalizzarlo.

Il quarto antenato, Dyongu Seru (“testimone della guarigione”), ha uno status diverso. È stato in effetti il primo umano a morire, in seguito alla violazione di un divieto. Il suo culto è celebrato dalla società delle maschere (che esiste solo sulla scogliera e sull’altopiano). È un’associazione esclusivamente maschile, in cui tutti i ragazzi entrano dopo la loro circoncisione; ognuno deve scolpire la propria maschera e deve imparare il linguaggio segreto della società. La danza delle maschere ha luogo come parte delle cerimonie funebri per gli uomini. Oggetti di morte, le maschere sono strettamente proibite alle donne, che sono associate alla fertilità e alle forze della vita. Le donne possono osservare le danze solo da lontano.

La morte e la resurrezione di Dyongu Seru sono commemorate attraverso il Sigi, una cerimonia spettacolare che si svolge ogni sessant’anni; l’ultima si è tenuta tra il 1967 e il 1974. Questa festa segna anche, sul piano umano, il rinnovo delle generazioni (si pensa che sessant’anni siano la durata media della vita umana) e, sul piano celeste, la rivoluzione della “stella di Digitaria exilis” intorno alla “stella di Sigi”, o Sirio. La conoscenza da parte dei Dogon di questo satellite Sirio, scoperto solo recentemente dagli astronomi, è un mistero che la scienza non ha ancora scoperto. La cerimonia, celebrata di villaggio in villaggio per un periodo di otto anni, comprende danze eseguite da uomini in fila indiana (ogni generazione è classificata per fasce d’età). I loro costumi e l’armamentario si riferiscono sia alla mascolinità che alla femminilità: per esempio, le conchiglie di cowrie che decorano i costumi dei danzatori e il disegno a testa di pesce dei loro berretti ricamati sono simboli di fertilità; quando bevono la birra rituale, si siedono su un sedile cerimoniale, che è un simbolo maschile. Un’altra componente importante della cerimonia Sigi è l’erezione della “grande maschera”, un singolo tronco d’albero o un tronco intagliato a forma di serpente per rappresentare l’antenato risorto.

Dyongu Seru è associato al fuoco, alla morte, alla natura selvaggia (nel suo ruolo di cacciatore e guaritore) e, di conseguenza, al disordine – connessioni che, a loro volta, collegano il suo culto alla mitica volpe Yurugu che, ad un livello più mondano, è commemorata nei riti di divinazione. Gli indovini tracciano griglie incorniciate nella sabbia, e durante la notte piccole volpi vengono a mangiare le offerte di cibo poste su queste “tavole”; la configurazione delle spoglie lasciate dagli animali sono poi interpretate come risposte a domande sul futuro. Yurugu, per quanto molto criticato per essere fonte di disordine, è rispettato per la sua capacità di predire il futuro, un dono che nemmeno Amma potrebbe togliergli. In effetti, liberandosi da tutte le regole con il suo atto di ribellione, Yurugu si pone al di là del tempo. In definitiva, egli incarna la libertà individuale, in opposizione alla solidarietà di gruppo essenziale per la sopravvivenza delle società tradizionali, e qui sta la sua ambiguità.

L’universo religioso Dogon è anche popolato da varie categorie di spiriti che infestano la natura selvaggia, gli alberi e i luoghi abitati; questi spiriti sono il risultato dell’accoppiamento incestuoso di Yurugu con la Terra. Essi rappresentano le forze naturali e i proprietari originari del suolo, con i quali gli uomini si sono dovuti alleare per ottenere il possesso delle terre coltivabili. Le offerte presentate a questi spiriti in diverse occasioni li propiziano e rinnovano l’alleanza originale.

Parlare ed essere

L’essere umano è visto come un insieme composto da un corpo e dagli otto principi spirituali di entrambi i sessi. Una forza vitale (nyama) anima l’intero essere. L’ambivalenza della condizione umana (cioè la sua simultanea mascolinità e femminilità), che ricorda la legge delle nascite gemellari ordinata da Amma ma poi distrutta da Yurugu, è mediata dalla circoncisione e dalla clitoridectomia; queste procedure liberano il bambino dall’influenza del sesso opposto (situata nel prepuzio e nel clitoride) e hanno quindi una funzione equilibratrice. La morte distrugge il legame che tiene insieme le varie componenti dell’essere di una persona; le cerimonie funebri assicurano che ogni componente sia rimessa al suo posto e facilitano il trasferimento della forza vitale dal defunto al nascituro, che stabilirà un culto per quell’antenato.

La parola è fondamentale nel pensiero Dogon. Si forma nel corpo, tutti i cui organi contribuiscono alla sua “nascita”, e come gli esseri umani, possiede energia vitale e principi spirituali. I quattro elementi fondamentali entrano nella sua composizione, ma l’acqua è la componente più essenziale. In rapporto simbolico con tutti i processi tecnologici, specialmente l’arte della tessitura (si dice che gli organi della bocca “tessono” i suoni), la parola è sia creativa (sul piano divino) che fecondatrice (sul piano umano); infatti, il rapporto tra coniugi ha successo solo se le “buone parole” rendono fertile la donna. La parola è anche il cemento che tiene insieme tutte le relazioni sociali e facilita l’avanzamento della società, il suo progresso e la sua sopravvivenza.

Se il culto degli antenati e la fede in Amma dominano le credenze religiose dei Dogon, le figure mitiche che comandano la loro visione del mondo sono Nommo e Yurugu: i due principi incarnati opposti e complementari (ordine/disordine, vita/morte, umidità/secchezza, fertilità/sterilità) che si contendono il possesso dell’universo. Questa lotta, che si riaccende continuamente, assicura sia l’equilibrio che il progresso del mondo.

Bibliografia

La versione più completa e più dettagliata del mito delle origini Dogon è data in Le renard pâle di Marcel Griaule e Germaine Dieterlen (Parigi, 1965). La prima versione pubblicata del mito si trova in Dieu d’eau: Entretiens avec Ogotemmêli (Parigi, 1948), il libro molto popolare di Griaule tradotto in inglese da Robert Redfield come Conversations with Ogotemmêli (Londra, 1965). Masques dogon di Griaule (Parigi, 1938) rimane ancora l’opera di riferimento definitiva sulla società delle maschere e sulle cerimonie funerarie, così come quella di Michel Leiris, La langue secrète des Dogons de Sanga (Parigi, 1948), sul linguaggio segreto della società. Per informazioni sulla percezione della persona nella società Dogon, si può consultare Les âmes des Dogons di Dieterlen (Parigi, 1941), anche se la nostra comprensione della questione si è notevolmente arricchita dalla pubblicazione di quel libro. La parola e il suo utilizzo ai diversi livelli della vita sociale sono analizzati nel mio studio Ethnologie et langage: La parole chez les Dogon (Parigi, 1965), che è stato tradotto in inglese da Dierdre La Pin come Words and the Dogon World (Philadelphia, 1986).

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